L’arte della gioia, Goliarda Sapienza (Einaudi)

Tutto è iniziato con una frase sentita per caso alla tv:

Sono stata una buona madre per mia madre quando lei regredì a cinque, sei anni, quasi demente, paralizzata su una poltrona.

Era una citazione da Lettera aperta di Goliarda Sapienza, che risale al 1967. Sono sbalordita. Sono concetti di cui si parla da dieci, quindici anni e non dal 1967.
Un’anticipatrice?
Ma quello è il suo nome o uno pseudonimo? Non ci si può chiamare così senza finire dallo psichiatra.

Google.
Wikipedia.

Scopro un mondo che ignoravo, sono incuriosita, ma dopo l’ultimo trasloco ho giurato di non comprare più libri. Mi prestano L’arte della gioia. É il destino.
Inizio la lettura.
Inizio a criticare.
La protagonista è Modesta, una ragazzina con i primi turbamenti sessuali, che viene violentata dal padre e sembra che l’episodio non abbia lasciato traccia. Personaggio improbabile?

Viene poi affidata alle suore e la madre superiora, Leonora, instaura un contorto rapporto amoroso con avances lesbiche. Quando Modesta lo racconta alle monache cade in disgrazia e viene emarginata. Pensa di uccidersi, lanciandosi dentro il pozzo del convento, ma poi scopre che la madre ha fatto un testamento in cui la affida alla propria famiglia che deve provvedere a lei sia che decida di diventare suora o restare laica. Modesta mette in atto un piano per uccidere madre Leonora.

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Critico il modo di scrivere i dialoghi, i personaggi, il cambio di persona, anche se mi rendo conto di leggere basandomi sugli schemi trasmessi da vecchi e noiosi docenti di scrittura creativa. Eppure Modesta mi attrae sempre di più: mi prende per mano e mi introduce in una scrittura simile a un palazzo principesco pieno di luce con tante finestre da cui entra l’aria e posso respirare a pieni polmoni.

Finalmente respiro. Sono dentro il romanzo. A un certo punto viene detto che Modesta torna dall’università, ma quando c’è andata? Non c’è nessun riferimento prima e non ci sarà dopo. Ma questo ormai è un particolare irrilevante.
Ogni personaggio sembra una stanza del palazzo. Sono tanti e l’architettura è maestosa con solide fondamenta. Modesta non vuol cambiare nessuno, li accetta, non giudica. Sono sicura che ha preparato una stanza anche per me.
Talora la scrittura diventa difficile, si avanza lentamente come un’arrampicata su una parete rocciosa. Ma vale la pena di proseguire e correre dei rischi.

Potrà Modesta perdonarmi tutti i pregiudizi che ho avuto nei suoi confronti? La immagino compiere un movimento con la mano come si fa con un insetto molesto. Lei, nata il 01/01/1900, femmina, siciliana, di famiglia misera, ma carusa tosta, attraversa due guerre, il fascismo, il socialismo, il carcere, il confino, e ama, ama tanto, liberamente, ha una guida interiore: l’arte della gioia.
Cara Modesta tornerò a leggerti, tra un po’.

P.S. Sono andata in libreria e ho comprato Io, Jean Gabin, Il filo di Mezzogiorno, Lettera aperta.

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