Da specchi a finestre – libri che parlano di scuola

Giovedì 23 luglio abbiamo fatto una lunga chiacchierata su una selezione di opere letterarie che parlano – e nel frattempo possono anche criticare – la scuola e più in generale il modo in cui la società gestisce l’istruzione. Il percorso di lettura che ne è risultato è qui per te oggi, se vuoi leggere ciò di cui abbiamo parlato, ed è arricchito dai suggerimenti del nostro pubblico, quello che era presente durante la serata e quello che ci ha raggiunti tramite i social network.

Partiamo dalla poesia: il contributo di Marco è un componimento di Guido Gozzano che non la manda a dire a quei professori che con un metodo d’insegnamento a dir poco polveroso allontanano gli studenti dalla bellezza della letteratura, innescando anzi una voglia di fuga, oltre che di… pennichella!

DANTE – Guido Gozzano

Un giorno, al chiuso, il pedagogo fiacco
m’impose la sciattezza del comento
alternato alla presa di tabacco.

Mi rammento la classe, mi rammento
la scolaresca muta che si tedia
al commentare lento sonnolento;

rivedo sobbalzare sulla sedia
il buon maestro, per uno scolare
che s’addormenta su di te, Comedia!

Attento! Attento! – Ah! più dolce sognare
con la gota premuta al frontispizio
e l’occhio intento alle finestre chiare!

Ad ora ad ora un alito propizio
alitava un effluvio di ginestre
sul comento retorico e fittizio.

La Primavera, l’esule campestre,
conturbava la gran pace scolastica
pel vano azzurro delle due finestre.

Io fissavo gli attrezzi di ginnastica,
gli olmi gemmati, l’infinito azzurro
in non so che perplessità fantastica,

e tendevo l’orecchio ad un sussurro,
ad un garrito di sperdute gaie,
in alto in alto in alto, nell’azzurro.

Guizzavano, da presso, l’operaie
affacendate in paglia in creta in piume,
riattando le case alle grondaie…

Con gli occhi abbarbagliati da quel lume
primaverile, mi chinavo stracco,
ripremevo la gota sul volume.

E riudivo il pedagogo fiacco
alternare alla chiosa d’ogni verso
la consueta presa di tabacco…

Ah! non al chiuso, ma nel cielo terso,
nel fiato novo dell’antica madre,
nella profondità dell’universo,

nell’Infinito mi parlavi, o Padre

 

Se il compito dell’educazione è quello di trasformare gli studenti da specchi a finestre (brava Susanna che aveva riconosciuto la citazione di Sydney J. Harris!), in modo che possano conquistare l’autonomia di pensiero necessaria non a riflettere ciò che il docente propone loro ma piuttosto a esplorare la complessità del mondo circostante, risulta ancora più urgente la necessità di Azar Nafisi di continuare a far leggere ai suoi studenti (e soprattutto, alle sue studentesse, tagliate fuori dall’istruzione ufficiale durante il regime di Khomeini) i romanzi più rappresentativi della letteratura inglese e americana. Leggere Lolita a Teheran, consigliato da Francesco, ripercorre questo impegno della professoressa Nafisi affinché romanzi come Lolita o Il Grande Gatsby, messi al bando dal regime islamico, non vengano dimenticati in virtù di una visione miope di ciò che rappresentano: non sono solo un romanzo che parla di un uomo che si approfitta di una bambina e una storia di tradimenti, ma ritratti di situazioni molto articolate. Se si riducono fino a farli diventare emblemi di perversione si compie il più grave dei delitti: appiattire la complessità e la nostra capacità di analizzarla.

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Un romanzo di cui abbiamo parlato molto durante l’estate è stato Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Remo Rapino, Minimum Fax), arrivato nella dozzina del Premio Strega e finalista al Premio Campiello: in questo romanzo il protagonista non ha la possibilità di proseguire i suoi studi e porterà sempre con sé il ricordo del suo maestro di scuola elementare e del libro Cuore che gli aveva fatto leggere: spesso lo userà come termine di paragone per rapportarsi alle vicende che lo vedranno protagonista, e non rinuncerà mai allo spirito vitale, curioso, di eterno studente alle prese con la vita. Un altro romanzo che abbiamo analizzato durante la Maratona Strega è stato Ragazzo Italiano (Gian Arturo Ferrari, Mondadori), dove la scuola rende evidente la disparità sociale (emblematica è la divisione a gruppi nella classe di Ninni, in cui spiccano i figli delle persone in vista e i bambini che la maestra conosce fuori dalla scuola, e i figli delle famiglie più povere restano in disparte) ma può anche rappresenta, insieme alla voglia di sapere, un enorme trampolino verso l’affrancamento dalle condizioni economiche meno vantaggiose. 

E quando si parla di disparità, come non ricordare i bambini di Io speriamo che me la cavo? Fu un caso editoriale degli anni Novanta questa raccolta di temi degli scolari delle elementari di Arzano (NA), che il maestro Marcello D’Orta raccolse per mostrare a tutti quanta tenacia e quanto involontario (ma ben radicato nel DNA) umorismo possedessero questi bambini, limitati dalle situazioni di partenza, ma non mutilati, in grado di criticare e sognare. Perché anche dalla difficoltà si può trarre spunto per sorridere, e questo è un grande regalo che abbiamo ricevuto da questo progetto editoriale che poi è proseguito negli anni. Chi percepisco in sintonia con questo spirito è Valentina Petri, autrice di Portami il diario: in questo caso siamo a Vercelli, e Valentina è una giovane professoressa di lettere in un istituto professionale. Compila un diario tragicomico di tutte le difficoltà disseminate sulla strada (sua e dei colleghi) dell’insegnamento, dalla LIM che non funziona ai registri elettronici, dalle ore di supplenza al fatto che i ragazzi mangiano di continuo durante le ore di lezione. Ogni vicenda è ispirata a eventi realmente accaduti, ed è narrata in modo che la frustrazione non abbia mai la meglio sullo stupore, sulla bellezza di lottare ogni giorno per comunicare con gli studenti. Mai stucchevole, mai retorica, anche la pagina Facebook di Valentina Petri è amatissima, molto seguita e commentata da ex studenti, genitori e soprattutto da colleghi di ogni materia da ogni parte d’Italia, che a volte confermano, a volte rincarano la dose aggiungendo situazioni esilaranti alle già esilaranti avventure descritte dall’autrice.

Per concludere questa carrellata, di certo non esaustiva ma spero stimolante, ti lascio con il suggerimento di Vanessa, che fa la logopedista e si è trovata tra le mani una storia che consiglia a tutti di leggere, dislessici e non: si tratta di Dove finiscono le parole. Storia semiseria di una dislessica in cui l’autrice Andrea Delogu racconta in prima persona tutte le difficoltà che, da dislessica, ha affrontato nel corso della vita, a iniziare dai pregiudizi della scuola e della società che non sono ancora pronte ad accogliere e gestire le mille differenze che ci possono essere tra le persone. Un elemento non trascurabile di questo libro è che è stato scritto in EasyReading, un font che risulta più leggibile dalle persone dislessiche: perché i modi per non trasformare questa specificità in un handicap c’è, e dobbiamo provare, con tutte le forze, a impiegarli in modo che i nostri bambini siano studenti appagati e annoiati dalla scuola esattamente come lo sono tutti, senza fardelli e senza bollini.

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