WHERE DO WE GO FROM HERE? (La Straniera, C. Durastanti, La Nave di Teseo)

Mia madre e mio padre si sono conosciuti il giorno in cui lui ha cercato di buttarsi da Ponte Sisto a Trastevere. Era un buon punto da cui cadere: nonostante fosse un bravo nuotatore, l’impatto con l’acqua l’avrebbe paralizzato, e il Tevere in quei giorni era già tossico e verde

Con questo incipit Claudia Durastanti ci consegna alla storia della sua famiglia, tracciando la strada che ha percorso negli anni quasi a voler far perdere le tracce di sé ed esponendoci alle sue mille complicazioni. Se ne ricava la sezione di una peculiarità che si ammatassa su se stessa: nata negli anni Ottanta da genitori sordi emigrati a Brooklyn, Claudia sperimenta già in tenerissima età i controsensi di una vita per molti versi borderline. A sei anni fa ritorno in Italia, in una Basilicata in cui il dialetto è cittadinanza, e dopo il tentativo di integrarsi per mezzo dell’idioma locale darà ascolto al fratello che intende percorrere la via del loro perfezionamento linguistico come mezzo per emanciparsi dalla claustrofobia dei meccanismi della vita di provincia.

Rilevantissimo è proprio il livello linguistico di questo testo: Durastanti non impara la lingua internazionale dei segni per comunicare con i genitori, perché i genitori stessi non la usano, arriva in Italia già bilingue, ma ancora con un’identità espressiva da formare. Imparerà un lessico composito da un’accozzaglia di letture bulimiche e affascinanti: Mansfield, Topolino, Fallaci, romanzi gotici e traduzioni di Kerouac e Fitzgerald da parte di Fernanda Pivano. Non sorprende che questa bambina sia diventata, anni dopo, una traduttrice.

Se viene da chiedersi come possa riuscire, una donna che non ha ancora compiuto 40 anni, a compilare un memoir di 285 pagine, la risposta arriva dalla forma che Durastanti decide di imporre alla materia che tratta: intervalla i suoi ricordi con lucide riflessioni sulla disabilità, sulla cultura, sull’appartenenza alle classi sociali. Si tratta di brevi essay in cui l’autrice mette a frutto la sua formazione di antropologa e che non ci distolgono dalla sensazione di averla conosciuta davvero, quella famiglia disfunzionale dove non si sa dire “Ti amo” e quindi non si è mai detto, dove la casa è tenuta su dal nastro da pacchi e fughe in soffitta per farsi fare compagnia dai libri e lunghe camminate che sembrano pellegrinaggi sono all’ordine del giorno. C’è anche un rapimento, a un certo punto, ed è uno dei momenti più intensi del libro.

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Se viene da chiedersi come faccia, una bambina, a venire fuori da un’infanzia e da un’adolescenza di questo tipo, la risposta è una sola: con molte ammaccature, ma ci si riesce. Non sempre la memoria è in grado di curare, ma di certo la rimozione del proprio passato non aiuta a superare quanto di grave ci portiamo sulle spalle: Durastanti affronta a viso scoperto le stramberie, le privazioni e le prevaricazioni, fino ad arrivare ad affermare che

Non c’è un singolo atto di violenza nella mia vita che io riesca a ricordare senza ridere.

Si cresce come si può, rimarginando le ferite palmo a palmo, in guardia e con i sensi acutissimi. Adesso Claudia vive a Londra ma anche Roma ha giocato un ruolo importante nella sua formazione: prima ancora di Londra è questo il luogo inizia a voltare pagina per prepararsi a diventare adulta e negoziare i termini del proprio riscatto personale. Eppure voltare pagina non vuol dire voltare le spalle, e l’evoluzione dei rapporti con i genitori continuano a essere al centro della riflessione dell’autrice.

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Sullo sfondo (ma non troppo, perché certi fatti irrompono nella vita della famiglia) scorrono l’AIDS,  i mondiali del 1994,  l’11  settembre, la diffusione di internet e dei social network, l’incendio della Grenfell Tower. E si va avanti. Un passo alla volta, verso il futuro. Durastanti consacra il suo libro al fraintendimento che coinvolgeva sua madre i primi tempi dopo essere tornata in Basilicata, dove in virtù del suo strano modo di parlare veniva scambiata per una straniera e almeno per una volta nella vita era affrancata dall’appellativo di “sorda” o da quello, vieppiù inesatto, di “muta”.

Eppure anche lei ha il tratto della straniera, la pelle scura da clandestinal’abitudine all’equilibrismo tra sistemi linguistici, un’inquietudine che è tensione che è anche impulso a mettersi in salvo: è ciò che la rende un’affascinantissima sopravvissuta, che non ha fatto della povertà una bandiera e con cui avrei voglia di passeggiare nel bosco vicino casa mia parlando di come Chris Chambers e Gordie Lachance abbiano segnato una stagione della nostra vita (e seminato saggezza sugli anni a venire), di libertà, di gratitudine e della bellezza dei dock della East London. 

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