Tre donne. Una storia d’amore e disamore (Dacia Maraini, Rizzoli)

Maria, Lori, Gesuina: tre donne, tre generazioni e tre galassie distinte e distanti ma accomunate, tutte, da patologie affettive e “disamore”.
Maria è una donna colta, adagiata nel suo mondo fatto di lettere scritte al suo François con cui conversa come amanti dell’Ottocento e si rifiuta di adeguarsi alla modernità di e-mail, Skype e dei messaggi Whatsapp a tutte le ore, traduce Flaubert di notte per mantenere il gineceo di cui fa parte, e legge libri; miope come tutti i visionari non si accorgerà di dare amore indistintamente alla madre, alla figlia diciassettenne e al suo uomo che viene dalla Francia. Proprio lui, che rimane uno sconosciuto per tutto il romanzo, appare improvvisamente all’inizio del libro ma su François viene taciuto ogni dettaglio, escluso l’aspetto esteriore. Sappiamo solo quello che di lui l’autrice vuol farci conoscere per bocca di Maria: vive in Francia, accudisce la madre malata prima e poi lo zio invalido dopo, ha un lavoro per cui può tranquillamente accumulare due mesi di ferie da trascorrere in giro per il mondo con Maria con cui ha una relazione a distanza da anni, nutrita solo di lettere e qualche telefonata sporadica.
Di contro Loredana, Lori per tutti, diciassettenne figlia di Maria, impetuosa, ribelle anche nel suo essere conforme al cliché degli adolescenti ribelli, vive sentimentalmente “rapporti usa e getta” sia con la madre che con Tulù nelle mattinate di bigia a scuola e di sesso solo per ingannare il tempo.
L’amore consumistico Lori lo sperimenterà anche con François ma non per rivalersi sulla madre: solo perché il “corpo chiamava”. Lori diventerà adulta dopo Prometeo, dopo la maternità schernita, nascosta, sussurrata, scritta e poi voluta.
La sessantenne Gesuina, che dimostra fisicamente di meno ed emotivamente è all’incirca una ragazzina, è l’esatto opposto della figlia Maria: innamorata dell’amore in tutte le sue sfaccettature chatta su Facebook e invia messaggi all’amore virtuale di turno (sempre rigorosamente più giovane di lei di almeno 15 anni) e diventerà madre proprio a 60 anni suonati accudendo la figlia.

La cura di Maria mi ha distolta dagli amori veri e finti a cui ero abituata, mi ha allontanata dai giochi che mi scaldavano le giornate. La vita mi ha dato un colpo sulla testa proprio come ha fatto con Maria, mi ha messo due ceppi alle caviglie e ora mi tocca stare molto più spesso a casa, affrettarmi quando esco per le iniezioni e lavorare di gomito e di testa se voglio mantenere in vita questa figlia mezza di là e mezza di qua.

 

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Mentre Maria era viva e attiva mi consideravo più una figlia che una madre, ora devo per forza fare la madre di una figlia che non mi è più madre ma irrimediabilmente figlia e dipendente da me per ogni necessità del suo corpo inerte.

Romanzo di evoluzione interiore per tutte le sue protagoniste, amaro, duro, alle volte disarmonico ma preciso nella descrizione delle scelte emotive delle sue protagoniste.
La trama è condotta con maestria dalla scrittrice che adegua il linguaggio a ognuno dei tre personaggi: Maria scriverà lettere pompose e auliche facendo venire a galla la sua natura da intellettuale; Lori scriverà con linguaggio parlato su quaderni con tulipani gialli evitando accuratamente l’uso del congiuntivo e Gesuina catalogherà maniacalmente i suoi pensieri con linguaggio semplice e aggraziato sul piccolo registratore che si porterà sempre dietro.
Sarà una risata di felicità a far riappacificare questi tre cuori, lasciando il lettore con un sorriso sulle labbra.

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