Autopsia intellettuale postuma di un condannato parigino del 1828 (“L’ultimo giorno di un condannato, V. Hugo)

Parigi, anni dopo…
Sono tornata in questi luoghi dove mio padre ha vissuto gli ultimi momenti della sua vita: il carcere di Bicetre, che da lontano si mostra allo sguardo come una maestosa residenza reale, ma che da vicino si rivela per quello che è veramente, una stamberga decadente.
Sono ritornata per ricordarlo, ora che sono cresciuta senza di lui, io che in quell’ultimo giorno della sua esistenza che è stato come un lungo rantolo finale dopo un’agonia durata sei settimane, non l’avevo nemmeno riconosciuto, sfigurato nel suo dolore com’era, e l’ho chiamato “signore” negandogli per l’ultima volta l’essere chiamato invece “papà”.
Quale terribile ulteriore sofferenza devo avergli provocato!
In quella scatola di pietra di otto piedi quadrati è stato rinchiuso il suo corpo, mentre l’idea della condanna estrema ne imprigionava la mente.
Questa condanna gravava su di lui, miserabile, come uno spettro di piombo che continuava ad avanzare, ogni minuto più vicino.
Gli uomini non ne sono consapevoli ma sono tutti condannati a morte con rinvii indefiniti; mio padre questo l’aveva capito e già si vedeva diventare concime per il cimitero di Clamart, dove dicono che ci sia un’erba che cresce bene e rigogliosamente.

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La prigionia trasforma l’uomo, penetrando in tutto il suo essere e insudicia tutto quello che trova dinanzi a sé: così, anche un uccello ha qui il fango sulle ali e un fiore bellissimo emana un puzzo nauseabondo.
Cosa avrà pensato il mio miserabile padre quando l’hanno trasferito per l’ultimo viaggio, in quell’ultimo giorno? Semplice, avrà pensato che quella stessa sera non avrebbe pensato più e che nonostante questa terrificante constatazione, la vita parigina andasse avanti come se nulla fosse. Come si sarà sentito quando il boia e i suoi assistenti sono venuti a prenderlo un’ora prima dell’esecuzione per la “toeletta del condannato”?
Sì perché il condannato deve arrivare all’appuntamento con la morte in ordine dentro e fuori: i capelli rasati a casaccio, mani e piedi legati e il collo della camicia tagliato per una tetra e macabra precauzione. E poi l’ultimo tratto percorso nel retro di un carretto tra il clamore della folla, seduto con le spalle al cavallo consolato da un prete e il suo crocifisso: in questi momenti si osserva una certa umanità, mentre mercanti di sangue umano vendono gli ultimi posti in prima fila per assistere allo spettacolo e la folla è eccitata sempre di più, tutti gridano, quasi ululano come lupi famelici.
Si incitano gli uni con gli altri a levarsi i cappelli davanti al passaggio del reo, come quando passa il Re. Loro hanno tolto il cappello, mio padre la testa…

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Poi i quattro rintocchi dell’orologio…l’ora fatale è giunta…
“C’est devant ceux qui auraient legalement meritè la mort qui il importe abjurer cette voie de fait”
(“È di fronte a quanti avrebbero legalmente meritato la morte che è importante abiurare questa via di fatto”)

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