IL CASTELLO DEL CAPPELLAIO (A. J. Cronin)

Se da un lato devo all’autore il coraggio di avermi fatto incontrare un carattere che non spicca di certo per le sue buone qualità, silenziando in lui quel censore che è pure sempre vivo e vigile in chi scrive, dall’altro lato il suo modo di presentarmelo, senza nessuna possibilità di ripensamento sulle sue azioni, mi ha reso alquanto difficile stare con lui in quel castello tetro che, a forza, aveva voluto farsi costruire secondo le sue indicazioni e solo le sue e che stonava con tutto quello che lo circondava.
Ero a disagio quando sedevo alla sua tavola in quella povera cucina, mentre lui pretendeva di essere servito e riverito, a orari ben precisi, senza possibilità di fare altrimenti, da una moglie serva che aspettava in silenzio e in piedi che lui avesse finito.

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Non sarei mai stata una cliente del suo negozio di cappelli che non si era mai rinnovato, che era fuori moda e fatiscente, in cui si sfruttava il commesso e in cui lui non si degnava di stare al bancone perché ciò ne avrebbe sminuito la sua reputazione di padrone.
Mi tenevo le mani ben strette sulle orecchie quando vietava con la sua voce assordante, con tono minaccioso, di uscire alla sua figlia maggiore e un senso di nausea mi aveva presa allo stomaco quando quella terribile notte, mentre fuori infuriava un temporale di cui non si aveva memoria, lui tuonava improperi contro la stessa figlia che aveva macchiato il suo buon nome perché incinta, le alzava le mani contro e la scacciava ripudiandola per sempre.
Ero angosciata quando invece obbligava la figlia minore a studiare sui libri per ore e ore, senza sosta, in uno studio al freddo con lui di guardia perché quello sarebbe stato l’unico modo per vincere un premio che avrebbe risollevato il suo nome ormai in declino.
E che dire di quando, in una casa di tolleranza, il figlio che non aveva mai amato bensì sempre sbeffeggiato perché troppo debole e remissivo, lo affrontava apertamente aiutato dagli effetti dell’alcool e lui, senza nessuna pietà, lo picchiava e lo umiliava.
Mi meravigliavo per strada, dopo un temporale, quando in cielo un arcobaleno attraversava la strada davanti a noi, ma lui immerso nelle proprie paranoie lo ignorava o a primavera, quando tutto intorno a noi ci ricordava la vita che rinasceva, lui proseguiva a crogiolarsi nel suo mondo affollato di fantasmi mai sepolti.
È giunto poi il momento in cui lui ha dovuto fare i conti con se stesso e con tutto quello che le sue azioni hanno causato.
Perché alla fine i nodi vengono al pettine e i conti lasciati in sospeso vanno saldati.
Un caldo sabato di luglio tutto è arrivato a compimento.
E io ero lì.

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